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traduzioni dall'islandese
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Hallgrímur Helgason,
Toxic. Dieci
consigli per smettere di ammazzare la gente e imparare a lavare i piatti,
ISBN edizioni, Milano 2010
è tornato
l'Hallgrímur di 101 Reykjavík e descrive la sua patria con toni
ancora più caustici e disincantati. in questo libro c'è tutta l'Islanda
contemporanea, quella prima della crisi, quella del 2007, come si dice
ormai nella lingua corrente. gli extracomunitari, i club a luci rosse,
la multiculturalità, la fatica per non diluire le proprie tradizioni, le
assurdità della vita quotidiana artica. un libro divertente, ma non
capisco perché Hallgrímur continui a torturare così i suoi poveri
traduttori. |
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Arnaldur
Indriðason,
Un grande gelo,
Guanda, Milano 2010
uno dei
miei gialli preferiti, tra quelli di Arnaldur, forse per la delicatezza
con cui tratta i bambini. freddo,
spietato, attualissimo. La scivolata di cui mi si accusa
qui la devo alla redazione di
Guanda. |
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Þorvaldur
Þorsteinsson,
Mi chiamo Blidfinn, ma puoi chiamarmi Bobo,
Salani, Milano 2009
il mio primo librino per bambini è stato una gran fatica; forse perché,
dopotutto, proprio da bambini non è.
o forse perché sono stata io a volerlo, anche troppo.
l'autore è stato invitato al festival
Minimondi di Parma! |
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Arnaldur Indriðason,
Un corpo nel
lago,
Guanda, Milano 2009
Un giallone storico,
da guerra fredda, quando l'Islanda era un punto nevralgico sull'atlante
mondiale. e comunque,
adesso sfido chiunque a dire che in Islanda non succede mai niente. |
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Örvar Þóreyjarson
Smárason,
Scapigliata, lisciata, Scritturapura, Asti
2008
la musica islandese incontra la carta stampata. Per citare quanto detto
in quarta di coperta,
'qui non si sa se si è capito tutto o non si è capito nulla'. |
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Halldór Kiljan Laxness,
Il concerto dei pesci, Iperborea, Milano 2008
forse la melomania degli islandesi
trova in questo libro la sua origine primordiale. Da quel giorno del
1957
in cui questo libro vide la luce tutti si affannano per fare meglio di Garðar Hólm, per sfondare,
per regalare
davvero all’Islanda la fama
mondiale. Un po’ li capisco. |
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Arnaldur
Indriðason,
La voce, Guanda, Milano 2008
e siamo a tre:
l'agente Erlendur alle prese con un caso natalizio.
In un'intervista Arnaldur ha
evidenziato
un errore di traduzione (simpatico, eh?). In realtà — mi spiace per lui e
anche per il giornalista, che sicuramente
ci
ha conversato in inglese
—
qui gli elfi non
c'entrano assolutamente niente, perché il testo
dice proprio dvergríki:
chiunque abbia familiarità con le lingue germaniche riconoscerà in dvergur il dwarf
inglese. Se il nostro autore
avesse voluto dire 'elfi' avrebbe potuto usare il termine relativo, che
in islandese esiste, eccome: álfar.
In ogni modo, in preda agli scrupoli e ai rimorsi, dopo la graziosa
segnalazione ho portato avanti per mesi
un'indagine
approfondita tra i miei amici parlanti nativi, e a nessuno, dico
NESSUNO, è venuto il dubbio
che potesse trattarsi di elfi e non di nani, che si trattasse di un
riferimento alla superstizione e non alle
dimensioni di quest'isola artica. Arnaldur, tiè.
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Vésteinn Ólason,
Dialoghi con l’era vichinga, Editoriale San Giusto, Trieste 2007
la copertina
non la metto, il link nemmeno, perché il libro è uscito ma io non sono
mai stata pagata. Non ce
l'ho con gli insondabili meccanismi dei fallimenti, ce l'ho con le persone, che mi
hanno presa in giro fino all'ultimo
momento. Non mi hanno nemmeno mandato le mie copie di spettanza. Per il resto, è dove mi sono riconosciuta:
non tanto nel saggio, che
sfiora soltanto la materia studiata
per anni,
ma nella traduzione delle saghe antiche.
È stato un po’ come squarciare
il velo – è questo il materiale dove
sono nata come traduttrice, questo è lo stile
in cui mi ritrovo, la
lingua che mi appartiene. Fatemi tradurre
una saga, e sarò felice per sempre.
Se poi mi pagate anche, meglio.
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Guðrún Eva Mínervudóttir,
Il circo dell'arte e del dolore,
Scritturapura, Asti, 2007
mettiamo i freaks di Stephen
Frears, le foto di Diane Arbus e i film di Fellini, poi amalgamiamo
tutto ben bene:
il risultato si approssimerà parecchio a questo
strepitoso libro di un giovane genio islandese. Era tanto tempo che
non
leggevo un libro così… così. Diverso. Fuori dall’ordinario. Bello. Un
brindisi per Guðrún Eva. Una curiosità,
di grande soddisfazione:
guardate la copertina del libro, e poi
questa foto che ho scattato a Djúpavík
nel 2003.
Ne parlo anche
sulla N.d.T
di gennaio 2008.
E Guðrún Eva è stata ospite di
Festivaletteratura! |
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Arnaldur Indriðason,
La signora
in verde, Guanda, Milano 2006
un altro bellissimo giallo di Arnaldur,
che lo conferma come uno dei migliori autori islandesi del momento -
al
di là del genere. Ad ogni libro uno spaccato della storia, della cultura
e della società dell'isola, viste sempre
con gli occhi di uno 'straniero',
di un Erlendur appunto. |
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Sjón,
La volpe
azzurra. Skugga-Baldur, una leggenda islandese,
Mondadori, Milano 2006
da leggere due volte – tanto non si
fa fatica – perché si apprezza al meglio alla seconda lettura.
Un
librino molto, molto bellino. Il suo autore è un personaggio di tweed,
con gli occhiali tondi,
affascinato dai miti – li rielabora sempre, in
qualche modo, nei suoi romanzi, ma il migliore
secondo me è proprio
questo, dove il mito è di quelli autoctoni e popolari. |
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Tre poeti d’Islanda:
SIgurður Pálsson, Gyrðir Elíasson, Sigurbjörg Þrastardóttir,
in «In
forma di parole», 3:2005
(qui una recensione)
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Arnaldur
Indriðason,
Sotto la città, Guanda, Milano 2005
il mio primo giallo. Ero molto
tesa, visto che non ne leggo, ma sapevo che si trattava di roba di
qualità.
Qui dentro c’è tutta Reykjavík con le sue ossessioni, mi
sembrava di sentire l’odore stantio e dolciastro
della topaia di
Erlendur, la puzza di Kolaportið. Ne ho parlato sulla
N.d.T. di ottobre 2005. |
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Halldór Kiljan Laxness,
Gente indipendente,
Iperborea, Milano 2005 (+ postfazione)
chi riesce a sopravvivere ai primi
due capitoli mortali si ritroverà fra le mani un grandioso
romanzo della
letteratura novecentesca. Il libro di cui vado più fiera, Laxness al
meglio di sé.
Avevo fatto un grande lavoro di ricerca lessicale, in
parte andato perduto fra le mani di chi sta sopra
e conosce le leggi di
mercato e i gusti dei lettori. Peccato non aver rivisto le bozze.
Avrei
potuto spiegare tante mie scelte; per esempio, quanto foneticamente marcate siano
le
chiusure di ogni capitolo, e come alla fine del capitolo 39, con quelle
consonanti allitteranti,
iterate e leggere, quasi soffiate, secondo me
si rendesse più giustizia con "sparpagliandosi come
polvere impalpabile
nel grembo appassito di sua madre" piuttosto che con quanto si dice adesso a pag.
355.
Peccato. Altri commenti sulla
N.d.T. di febbraio 2005.
Alcune
recensioni
qui e
qui. |
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Hrafnhildur H. Guðmundsdóttir,
Io sono il Maestro,
Iperborea, Milano 2003
(in
collaborazione) |
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Hallgrímur Helgason,
Il più grande scrittore d’Islanda,
Guanda, Milano 2003
che dire? che sicuramente Hallgrímur non è un autore che scrive
sempre lo stesso libro.
Difficile, e chi si aspetta un seguito di 101
Reykjavík rimarrà deluso. |
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Thor Vilhjálmsson,
Il muschio grigio arde, Iperborea,
Milano 2002
il grande vecchio della letteratura islandese, il nonno, il poeta vate.
Un personaggio uscito dal
magma di una terra ribollente, e fatto getto
di vapore. Una scrittura barocca che ha scoraggiato
tanti lettori,
tutta la mia famiglia per prima. Eppure non ricordo
niente del periodo in cui l’ho tradotto.
È volato via più leggero di
qualsiasi altro libro. |
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Hallgrímur Helgason,
Islanda,
viaggio d’autore nel paese del grande freddo, «Marie Claire»
agosto 2002, pp.41-48 |
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Sigurbjörg Þrastardóttir, alcune
poesie, «Verso Dove» 13, dicembre 2001, p.91 |
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Hallgrímur Helgason,
101 Reykjavík, Guanda, Milano 2001
tre mesi di intensa convivenza, io
e Hlynur, che ha ingelosito perfino mio marito.
Non ho più provato una
simbiosi così totale, fisica, che mi faceva condividere con lui conati e
– si fa per dire – orgasmi. Avevo pensato molto a come farlo parlare, ai
linguaggi e ai gerghi giovanili,
ma poi ho capito che Hlynur è un
loner e che non avrei avuto bisogno di collocarlo in contesti
linguistici
angusti ed effimeri. La sua è una vita immaginata e la sua
lingua è altrettanto immaginata.
La convivenza si è conclusa, io ormai
incinta, possibile quarta vittima di Hlynur, con una visita di
Hallgrímur Helgason a casa mia. Terrorizzata, aspettavo alla stazione un
clone artico e più acido
di Irvine Welsh, e invece ho trovato un
giuggiolone pallido, tenero e abbracciabile,
uno dei pochi islandesi con
cui poter parlare male degli islandesi. |
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Guðbergur Bergsson,
Il cigno, Il Saggiatore, Milano
2001
un libro che mi ha inquietato, turbato, e che ho amato poco, e che forse
ho capito ancora meno.
Mi spiace molto, perché ho una grandissima stima
di Guðbergur, figura distinta e nobile
della letteratura islandese,
sguardo azzurro e pietroso. Ma è stata una consacrazione,
per la
recensione apparsa su «La Repubblica» del 28 marzo 2002, con il mio
nome in prima pagina. |
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Svava Jakobsdóttir,
Tutto in ordine, Le Lettere,
Firenze 1999
secondo me, un capolavoro della letteratura femminile. Due anni per
trovare una casa editrice
che volesse pubblicare questa scrittrice
grandiosa, e poi il lusso assoluto di due giri di bozze
e tranquille
chiacchierate pomeridiane con le redattrici. Nessun editore mi ha più viziata
tanto.
Svava era una donna ammalata, fragile come il fumo delle
sigarette che divorava in quantità,
ma chiedeva moltissimo – troppo, per
il mio cervellino, così una volta non ho avuto la forza
di andare a
trovarla. È morta l’anno dopo, e a me ne è rimasto tutto il rimpianto,
di quelli che non si cancellano. |
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Hallgrímur Pétursson,
I Salmi della Passione, Ariele,
Milano 1998 |
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Per il teatro |
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Þorvaldur
Þorsteinsson,
And Björk, of course…
Tramedautore, Piccolo Teatro, Milano, 13 settembre 2005
una
grande, profonda ammirazione per un uomo che ha voluto svelare in
maniera tanto sottile e perfida
tutti gli stereotipi degli islandesi. E
una grande, profondissima emozione, di quelle per cui mancano le parole:
le mie frasi, quelle trovate durante un’estate calda e svogliata,
sentite recitare – a meraviglia – davanti a un pubblico.
Il loro autore
presente, di fianco a me, che lo chiama ‘il nostro pezzo teatrale’.
Peccato, che abbia dovuto farlo solo per la gloria. |
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Vigdís Grímsdóttir / Hávar Sigurjónsson,
Io mi chiamo Ísbjörg, io sono un leone,
Teatro della Tosse, Genova, 11-21 maggio 2005
è inutile: l’emozione che dà un
teatro non ha niente a che vedere con quella dei libri. Lì le parole
diventano fisiche, tridimensionali. |
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