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la voce muta
lavoro nella mia
stanzetta che sembra una cella monacale se non fosse per il caos
impenetrabile che vi regna,
ho una finestra che dà sui tetti del vicolo da dove ogni tanto qualche gatto
mi guarda per qualche secondo
per poi voltare la testa, disinteressato.
Per me la traduzione è stratificazione. Una sorta di processo geologico, che
ne condividerebbe anche
i tempi se non esistessero le scadenze editoriali. Se potessi rileggere
decine di volte ogni mio prodotto,
sono sicura che apporterei dei cambiamenti a ogni lettura. Devo costringermi
a consegnare alla scadenza,
ma consegno per noia e sfinimento, non tanto perché sono soddisfatta del mio
lavoro al cento per cento.
Della traduzione apprezzo appunto la perfettibilità, che ogni volta mi fa
sperare di produrre un libro migliore del precedente.
Apprezzo anche, e soprattutto, che mi conceda in dono di poter vivere tante
vite quanti sono i libri che traduco.
Mi piace scovare dentro di me le voci di personaggi
diversi, di situazioni diverse.
Mimesi, zelig, schizofrenia – non importa.
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