silvia cosimini

 

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  Per me la traduzione è stratificazione. Una sorta di processo geologico, che ne condividerebbe anche i tempi se non esistessero le scadenze editoriali. Se potessi rileggere decine di volte ogni mio prodotto, sono sicura che apporterei dei cambiamenti a ogni lettura. Devo costringermi a consegnare alla scadenza, ma consegno per noia e sfinimento, non tanto perché sono soddisfatta del mio lavoro al cento per cento.
Della traduzione apprezzo appunto la perfettibilità, che ogni volta mi fa sperare di produrre un libro migliore del precedente. Apprezzo anche, e soprattutto, che mi conceda in dono di poter vivere tante vite quanti sono i libri che traduco. Mi piace scovare dentro di me le voci di personaggi diversi, di situazioni diverse. Mimesi, zelig, schizofrenia – non importa.
     
 

 

traduzioni dall'islandese

 

Thor Vilhjálmsson, La corona d'alloro, Iperborea, Milano 2011
Thor è morto, in maniera forse meno epica del previsto - c'è chi per lui immaginava uno schianto dal
Hvannadalshnjúkur in seguito a un volo pindarico andato a finire male - ma certo in linea con la
filosofia vitalista che aveva contraddistinto tutta la sua esistenza. La verità è che credo di averlo ammazzato io.
 Perché questo libro è stata una fatica titanica e mentre lo traducevo devo avergli tirato un accidenti di troppo.

 

 

Arnaldur Indriðason, Un doppio sospetto, Guanda 2011
Erlendur ha preso due settimane di ferie e se n'è andato a caccia di fantasmi, sui luoghi della sua infanzia.
Non dà sue notizie dal giorno in cui è partito, e la centrale deve cavarsela senza di lui.
Mi sa che per sapere che cosa gli è successo i lettori dovranno aspettare un paio di libri almeno.

 

Jón Kalman Stefánsson, Paradiso e inferno, Iperborea 2011
ho fatto il filo a quest'autore dal giugno 2007, da quando la mia insegnante mi regalò un suo libro:
è stato un colpo di fulmine. ho sempre pensato che la sua prosa mi appartenesse un po', che fosse
la voce più affine alla mia tra tutti gli autori che traduco e che ho tradotto, e ho praticamente preteso
che la traduzione venisse affidata a me.
L'esordio in Italia all'Università di Milano e al festival Incroci di Civiltà di Venezia.

 

 

Arnaldur Indriðason, Un caso archiviato, Guanda 2010
e siamo a sei. il più prolifico di tutti i miei autori, quello su cui di sicuro posso contare almeno per
un libro all'anno, il mio brauðvinnandi, quello che mi fa guadagnare il pane, è anche quello con cui
ho meno scambi. però l'ultima volta che ci siamo visti mi ha spiegato che questo è il primo tassello
di una quadrilogia, insieme ai tre libri successivi; quattro romanzi che si svolgono in contemporanea,
nei quattro angoli d'Islanda. un progetto ben orchestrato e che forse sarà conclusivo.
Il titolo originale era Harðskafi, il monte su cui si è perso il fratello di Erlendur.

 

Kristín Marja Baldursdóttir, Il sorriso dei gabbiani, Elliot Edizioni, Roma 2010
un libro che a me è piaciuto molto, e che ho voluto tanto. Non era un sorriso, quello dei gabbiani, bensì
una risata, ma evidentemente 'vendeva' meno.
 

 

Guðrún Eva Mínervudóttir, Il creatore, Scritturapura, Asti 2010
un altro libro della maestra delle emozioni; peccato che la casa editrice abbia pensato bene di non
mandarmi le copie di spettanza.

 

Hallgrímur Helgason, Toxic. Dieci consigli per smettere di ammazzare la gente e imparare a lavare i piatti, ISBN edizioni, Milano 2010
è tornato l'Hallgrímur di 101 Reykjavík e descrive la sua patria con toni ancora più caustici e disincantati.
in questo libro c'è tutta l'Islanda contemporanea, quella prima della crisi, quella del 2007, come si dice
ormai nella lingua corrente. gli extracomunitari, i club a luci rosse, la multiculturalità, la fatica per non diluire
le proprie tradizioni, le assurdità della vita quotidiana artica. un libro divertente, ma non capisco perché
Hallgrímur continui a torturare così i suoi poveri traduttori.
qui un'intervista uscita dopo il festival Parolario di Como.
   
Arnaldur Indriðason, Un grande gelo, Guanda, Milano 2010
uno dei miei gialli preferiti, tra quelli di Arnaldur, forse per la delicatezza con cui tratta i bambini. freddo,
spietato, attualissimo.
   
Þorvaldur Þorsteinsson, Mi chiamo Blidfinn, ma puoi chiamarmi Bobo, Salani, Milano 2009
il mio primo librino per bambini è stato una gran fatica; forse perché, dopotutto, proprio da bambini non è.
o forse perché sono stata io a volerlo, anche troppo. l'autore è stato invitato al festival Minimondi di Parma!
   
Arnaldur Indriðason, Un corpo nel lago, Guanda, Milano 2009
Un giallone storico, da guerra fredda, quando l'Islanda era un punto nevralgico sull'atlante mondiale. e comunque,
adesso sfido chiunque a dire che in Islanda non succede mai niente.
   
Örvar Þóreyjarson Smárason, Scapigliata, lisciata, Scritturapura, Asti 2008
la musica islandese incontra la carta stampata. Per citare quanto detto in quarta di coperta,
'qui non si sa se si è capito tutto o non si è capito nulla'.
   
Halldór Kiljan Laxness, Il concerto dei pesci, Iperborea, Milano 2008
forse la melomania degli islandesi trova in questo libro la sua origine primordiale. Da quel giorno del 1957
in cui questo libro vide la luce tutti si affannano per fare meglio di Garðar Hólm, per sfondare,
per regalare davvero all’Islanda la fama mondiale. Un po’ li capisco.
   

Arnaldur Indriðason, La voce, Guanda, Milano 2008
e siamo a tre: l'agente Erlendur alle prese con un caso natalizio. In un'intervista Arnaldur ha evidenziato
un errore di traduzione (simpatico, eh?). In realtà — mi spiace per lui e anche per il giornalista, che sicuramente
ci ha conversato in inglese
qui gli elfi non c'entrano assolutamente niente, perché il testo dice proprio dvergríki:
chiunque abbia familiarità con le lingue germaniche riconoscerà in dvergur il dwarf inglese. Se il nostro autore
avesse voluto dire 'elfi' avrebbe potuto usare il termine relativo, che in islandese esiste, eccome: álfar.
In ogni modo, in preda agli scrupoli e ai rimorsi, dopo la graziosa segnalazione ho portato avanti per mesi
un'indagine approfondita tra i miei amici parlanti nativi, e a nessuno, dico NESSUNO, è venuto il dubbio
che potesse trattarsi di elfi e non di nani, che si trattasse di un riferimento alla superstizione e non alle
dimensioni di quest'isola artica. Arnaldur, tiè.
 
   
 
Vésteinn Ólason, Dialoghi con l’era vichinga, Editoriale San Giusto, Trieste 2007
la copertina non la metto, il link nemmeno, perché il libro è uscito ma io non sono mai stata pagata. Non ce
l'ho con gli insondabili meccanismi dei fallimenti, ce l'ho con le persone, che mi hanno presa in giro fino all'ultimo
momento. Non mi hanno nemmeno mandato le mie copie di spettanza. Per il resto, è dove mi sono riconosciuta:
non tanto nel saggio, che sfiora soltanto la materia studiata per anni, ma nella traduzione delle saghe antiche.
È stato un po’ come squarciare il velo – è questo il materiale dove sono nata come traduttrice, questo è lo stile
in cui mi ritrovo, la lingua che mi appartiene. Fatemi tradurre una saga, e sarò felice per sempre.
Se poi mi pagate anche, meglio.
 
Guðrún Eva Mínervudóttir, Il circo dell'arte e del dolore, Scritturapura, Asti, 2007
m
ettiamo i freaks di Stephen Frears, le foto di Diane Arbus e i film di Fellini, poi amalgamiamo tutto ben bene:
il risultato si approssimerà parecchio a questo strepitoso libro di un giovane genio islandese. Era tanto tempo che
non leggevo un libro così… così. Diverso. Fuori dall’ordinario. Bello. Un brindisi per Guðrún Eva. Una curiosità,
di grande soddisfazione: guardate la copertina del libro, e poi questa foto che ho scattato a Djúpavík nel 2003.
Ne parlo anche
sulla N.d.T di gennaio 2008. E Guðrún Eva è stata ospite di Festivaletteratura!
 
Arnaldur Indriðason, La signora in verde, Guanda, Milano 2006
un altro bellissimo giallo di Arnaldur, che lo conferma come uno dei migliori autori islandesi del momento -
al di là del genere. Ad ogni libro uno spaccato della storia, della cultura e della società dell'isola, viste sempre
con gli occhi di uno 'straniero', di un Erlendur appunto.
 
Sjón, La volpe azzurra. Skugga-Baldur, una leggenda islandese, Mondadori, Milano 2006
da leggere due volte – tanto non si fa fatica – perché si apprezza al meglio alla seconda lettura.
Un librino molto, molto bellino. Il suo autore è un personaggio di tweed, con gli occhiali tondi,
affascinato dai miti – li rielabora sempre, in qualche modo, nei suoi romanzi, ma il migliore
secondo me è proprio questo, dove il mito è di quelli autoctoni e popolari.
 
Tre poeti d’Islanda: SIgurður Pálsson, Gyrðir Elíasson, Sigurbjörg Þrastardóttir, in «In forma di parole», 3:2005 
 (qui una recensione)
 
 
Arnaldur Indriðason, Sotto la città, Guanda, Milano 2005
il mio primo giallo. Ero molto tesa, visto che non ne leggo, ma sapevo che si trattava di roba di qualità.
Qui dentro c’è tutta Reykjavík con le sue ossessioni, mi sembrava di sentire l’odore stantio e dolciastro
della topaia di Erlendur, la puzza di Kolaportið. Ne ho parlato sulla
N.d.T. di ottobre 2005.
 
Halldór Kiljan Laxness, Gente indipendente, Iperborea, Milano 2005 (+ postfazione)
chi riesce a sopravvivere ai primi due capitoli mortali si ritroverà fra le mani un grandioso
romanzo della letteratura novecentesca. Il libro di cui vado più fiera, Laxness al meglio di sé.
Avevo fatto un grande lavoro di ricerca lessicale, in parte andato perduto fra le mani di chi sta sopra
e conosce le leggi di mercato e i gusti dei lettori. Peccato non aver rivisto le bozze.
Avrei potuto spiegare tante mie scelte; per esempio, quanto foneticamente marcate siano
le chiusure di ogni capitolo, e come alla fine del capitolo 39, con quelle consonanti allitteranti,
iterate e leggere, quasi soffiate, secondo me si rendesse più giustizia con "sparpagliandosi come
polvere impalpabile nel grembo appassito di sua madre" piuttosto che con quanto si dice adesso a pag. 355.
Peccato. Altri commenti sulla
N.d.T. di febbraio 2005. Alcune recensioni qui e qui.
 
Hrafnhildur H. Guðmundsdóttir, Io sono il Maestro, Iperborea, Milano 2003 (in collaborazione)
 
Hallgrímur Helgason, Il più grande scrittore d’Islanda, Guanda, Milano 2003
che dire? che sicuramente Hallgrímur non è un autore che scrive sempre lo stesso libro.
Difficile, e chi si aspetta un seguito di 101 Reykjavík rimarrà deluso.
 
Thor Vilhjálmsson, Il muschio grigio arde, Iperborea, Milano 2002
il grande vecchio della letteratura islandese, il nonno, il poeta vate. Un personaggio uscito dal
magma di una terra ribollente, e fatto getto di vapore. Una scrittura barocca che ha scoraggiato tanti lettori,
tutta la mia famiglia per prima. Eppure non ricordo niente del periodo in cui l’ho tradotto.
È volato via più leggero di qualsiasi altro libro.
 
Hallgrímur Helgason, 101 Reykjavík, Guanda, Milano 2001
tre mesi di intensa convivenza, io e Hlynur, che ha ingelosito perfino mio marito.
Non ho più provato una simbiosi così totale, fisica, che mi faceva condividere con lui conati e
– si fa per dire – orgasmi. Avevo pensato molto a come farlo parlare, ai linguaggi e ai gerghi giovanili,
ma poi ho capito che Hlynur è un loner e che non avrei avuto bisogno di collocarlo in contesti linguistici
angusti ed effimeri. La sua è una vita immaginata e la sua lingua è altrettanto immaginata.
La convivenza si è conclusa, io ormai incinta, possibile quarta vittima di Hlynur, con una visita di
Hallgrímur Helgason a casa mia. Terrorizzata, aspettavo alla stazione un clone artico e più acido
di Irvine Welsh, e invece ho trovato un giuggiolone pallido, tenero e abbracciabile,
uno dei pochi islandesi con cui poter parlare male degli islandesi.
 
Guðbergur Bergsson, Il cigno, Il Saggiatore, Milano 2001
un libro che mi ha inquietato, turbato, e che ho amato poco, e che forse ho capito ancora meno.
Mi spiace molto, perché ho una grandissima stima di Guðbergur, figura distinta e nobile
della letteratura islandese, sguardo azzurro e pietroso. Ma è stata una consacrazione,
per la recensione apparsa su «La Repubblica» del 28 marzo 2002, con il mio nome in prima pagina.
 
Svava Jakobsdóttir, Tutto in ordine, Le Lettere, Firenze 1999
secondo me, un capolavoro della letteratura femminile. Due anni per trovare una casa editrice
che volesse pubblicare questa scrittrice grandiosa, e poi il lusso assoluto di due giri di bozze
e tranquille chiacchierate pomeridiane con le redattrici. Nessun editore mi ha più viziata tanto.
Svava era una donna ammalata, fragile come il fumo delle sigarette che divorava in quantità,
ma chiedeva moltissimo – troppo, per il mio cervellino, così una volta non ho avuto la forza
di andare a trovarla. È morta l’anno dopo, e a me ne è rimasto tutto il rimpianto,
di quelli che non si cancellano.
 
Hallgrímur Pétursson, I Salmi della Passione, Ariele, Milano 1998

 

 
  Per il teatro
 
Þorvaldur Þorsteinsson, And Björk, of course… Tramedautore, Piccolo Teatro, Milano, 13 settembre 2005
una grande, profonda ammirazione per un uomo che ha voluto svelare in maniera tanto sottile e perfida
tutti gli stereotipi degli islandesi. E una grande, profondissima emozione, di quelle per cui mancano le parole:
le mie frasi, quelle trovate durante un’estate calda e svogliata, sentite recitare – a meraviglia – davanti a un pubblico.
Il loro autore presente, di fianco a me, che lo chiama ‘il nostro pezzo teatrale’. Peccato, che abbia dovuto farlo solo per la gloria.
 
Vigdís Grímsdóttir / Hávar Sigurjónsson, Io mi chiamo Ísbjörg, io sono un leone, Teatro della Tosse, Genova, 11-21 maggio 2005
è inutile: l’emozione che dà un teatro non ha niente a che vedere con quella dei libri. Lì le parole diventano fisiche, tridimensionali.
 

 

info@silviacosimini.com

ultimo aggiornamento: 05-11-11