Che cosa sia l’islandese per me, è cosa che non so spiegare.
Non è lallazione, non è la lingua materna o dei ricordi d’infanzia, non è mai stata la lingua che mi traghettava nel sonno; non è quella genetica di una storia stratificata che porto incisa dentro, né quella adolescenziale del pop e delle canzoni; e mi mancano le parole della seduzione perché in islandese non sono mai stata veramente innamorata. Eppure, eppure – questa lingua è un pugnale, ogni volta, che arriva dritto al cuore e fa un po’ male perché non sarà mai completamente mia. È lingua di una sfera altra, arcana; è lingua di una natura incommensurabile, dell’energia primordiale, delle falde del muschio e delle pieghe del sistema nominale, che flette le vocali radicali in mille sfumature diverse entro la stessa sfera semantica; è lingua rozza e biascicata dei disgraziati per strada, lingua sbrogliata o impastata dell’alcol; lingua elegante e distinta della classe colta, dell’inchiostro di galla sulla pergamena, di chi era presente al rimpatrio dei manoscritti; è cantilena atona delle previsioni meteo alla radio, lingua elitaria, lingua crudele dell’esclusione, lingua della sofferenza e del riscatto che viene, sempre, alla fine.

 

Per me l’Islanda non sarà mai il tour in superjeep modificata, o le sbronze colossali nei locali del centro, o l’esperienza cool da instagrammare. L’Islanda per me è un vecchio scialle di lana ispida, una grafica demodé, un infuso di cetraria islandica. Ogni volta penso che tutto quello che mi attira ancora così tanto sia solo nostalgia, per un periodo intensissimo e pieno della mia vita, per gli amori trovati e perduti, per un dottorato buttato, per gli studi in cui credevo così tanto, per me com’ero. Ogni volta che vado in Islanda credo di tornare a cercare quello che non c’è più, a consumarmi per le strade per riassaporare volti, nomi, luoghi, quella che ero. Ma ogni volta mi sbaglio, perché Reykjavík mi smentisce sempre aprendomi porte e opportunità nuove, esperienze ed emozioni diverse – è un percorso di analisi, una rielaborazione di fortissimo impatto emotivo, una vita parallela, una parte della mia vita di cui non so fare a meno.